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Storie e Leggende sul territorio

Quando si lavorava al telaio…

A proposito di tradizioni, riportiamo un racconto di zia Speranza Mascia, anziana donna di Goni, oggi ultranovantenne

Goni, prima metà dell’‘800, così narrava Vittorio Angius: “Son circa 60 persone che attendono all’agricoltura, 20 alla pastorizia, e 3 alle arti meccaniche più necessarie. Quasi in tutte le case è un telajo per i panni necessarii al vestiario della famiglia”

dal Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, di Goffredo Casalis

quello che racconta zia Speranza

La lana si comprava dai pastori, si puliva e si lavava in acqua calda, dopo si asciugava. Si faceva quindi a “cugustas” e si metteva sopra “sa cannuga”.

Era bianca ma a volte si colorava con i coloranti. A volte per essere maggiormente colorata si utilizzava un’erba che si trova in campagna (in su sattu) chiamata “su truiscu”, che la faceva di un colore verde scuro. Si metteva l’erba a bollire nell’acqua (che si colorava) poi si levava e si metteva la lana che si lasciava raffreddare con l’acqua. Quindi si metteva ad asciugare. Si potevano utilizzare altre tinte, che si compravano in bottega (a boccette o a grammi, costava abbastanza).

Si usavano per filare “su fusu” e “sa cannuga”.

Si utilizzava oltre la lana anche il lino, che si arava e, una volta colto, lo si portava al fiume perché ammorbidisse. Si lasciava al fiume 15 giorni, poi lo si riprendeva e si lasciava asciugare. Quindi si lavorava con uno strumento in legno “s’ogrunu” che toglieva la parte dura (s’ossu) e faceva rimanere il filo di lino.

Ecco come si prepara la lana. Prima si facevano “is madassas” e quindi i “lumburus”, quindi “is cannittas” pronte “po tessi”. I gomitoli si formavano manualmente con le mani, o con l’aiuto di una sedia. Il cotone (che si comprava, prima di tessere) si “odriada”.

Con la lana insieme al cotone si facevano “bettuas”, “burras”, “tiallas po su pani”, “tappettus”, “saccus po imboddia de su pastori”. Il lino per asciugamani, e “pannisceddus”.

I disegni erano per “i burras” e per le tovaglie.

Il telaio l’ho sempre avuto: il mio me lo aveva dato zia Donatella. Ho imparato a tessere quando avevo circa 8 anni, ho iniziato con l’utilizzare il fuso.

Mi ricordo che c’era una persona che costruiva a Goni i telai (ma non ricordo il nome). Nel mio caso mia madre l’ha comprato ad Escalaplano.

Oggi a Goni c’è Raffaella e Matilde che usano il telaio. Io il telaio lo utilizzavo sempre anche d’inverno, anche se il telaio era posto all’esterno, mi riscaldavo (con il braciere).In una giornata di lavoro se si lavora ad un disegno complicato si faceva “unu pramu” (25 cm), in presenza di 10 “lizzus”. Se si trattava di un disegno semplice anche 3 metri.


Il racconto è tratto da: “Is tradizionis gonesas. Pani, drucis e trebaxiu” (a cura di L. Ferreli, L. Mortillaro, G. Pusceddu), una pubblicazione in doppia lingua, realizzata tra il 2001 ed il 2002 dall’Amministrazione Comunale di Goni nell’ambito del “Progetto per il recupero e la valorizzazione delle arti e dei mestieri di Goni” (L.R. 26/97 art.13). Non una ricerca specialistica, ma un lavoro che si propone di raccogliere testimonianze all’interno di una comunità, coinvolgendo alcune delle protagoniste di una cultura materiale che non è solo segno ma gesto ancora vivo, da tutelare e valorizzare.