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Storie e Leggende sul territorio

I nostri luoghi nel passato: il Gerrei

Una serie di quattro articoli per raccontare un Viaggio molto speciale che ha interessato ognuna delle regioni che compongono l’area GAL SGT: Sarrabus, Gerrei, Trexenta, Campidano di Cagliari

L’esplorazione che nel lontano 1800 ha portato il famoso geografo, geologo, naturalista Alberto La Marmora a percorrere la Sardegna intera.
Un itinerario affascinante, non a bordo di un veicolo che ingabbia e separa dal paesaggio ma in groppa ad un cavallo.

Un viaggio lento e accurato, nella sua essenza più profonda: conoscere per capire.

Le descrizioni ci offrono oggi un suggestivo spaccato sui nostri luoghi, una preziosa testimonianza su come appariva il nostro Territorio ad un viaggiatore forestiero dei tempi trascorsi.

La terza tappa ci porta nei paesi montani del Gerrei!


Per raggiungere il villaggio di Escalaplano bisogna prima affrontare una terribile discesa fino al rio Flumineddu, che scorre sotto il paese verso ovest; poi bisogna guadare questo torrente incavato fra le rocce e dopo aver proceduto a lungo sul letto largo e ingombro di grandi blocchi arrotondati, si finisce per prendere una salita anch’essa difficoltosa, per arrivare infine al triste villaggio di Escalaplano. 
Il paese appartiene già alla provincia di Isili e comunica col capoluogo attraverso un profondo e alto crepaccio, che sta dall’altra parte del Flumendosa, detto “Arco di Santo Stefano”. […]
Per tutta la durata della cattiva stagione Escalaplano si trova nell’assoluta impossibilità di comunicare con gli altri centri dell’Isola; è una delle cause della sua miseria, della sua scarsa popolazione e dell’abbandono in cui è lasciato da parte delle autorità. È probabilmente per questo che i suoi abitanti si dice siano dediti al furto e alla vendetta. Il luogo è invece piuttosto interessante sotto l’aspetto geologico.


Volendo, da Escalaplano ci si può recare a Goni o a Ballao, che sono i villaggi più vicini; la scelta delle due diverse direzioni non può, allo stato attuale, dipendere dalla migliore condizione dei cammini lungo i quali ci si arriva, perché non si potrebbero fregiare col nome di “strade” questa specie di sentieri per capre che solo i cavalli sardi riescono a percorrere, ma Ballao, che si trova già sulla strada da Lanusei a Cagliari è un luogo “dove si passa”, mentre il misero villaggio di Goni non è che un luogo “dove si va” e dove solo il geologo ispirato dal sacro fuoco della scienza può decidere di andare, malgrado le difficoltà e la fatica di una tale escursione.

Per andarci, partendo da Escalaplano, gli sarà necessario affrontare una forte discesa fino al letto del Flumendosa, che dovrà attraversare a guado, ben inteso; poi da una salita ripida e rocciosa arriverà a Goni in meno di due ore, tutto compreso. Ciò che potrebbe maggiormente indurre il geologo a recarsi in questo triste villaggio, composto appena di sessanta case, è la scoperta che vi ho fatto, una ventina d’anni fa, di uno scisto nero carbonioso, inglobante una quantità prodigiosa di impronte argentate di graptoliti, una sorta di polipi fossili che appartengono alla fauna dei terreni siluriani. Il luogo in cui i fossili si rinvengono con più abbondanza si trova a dieci minuti dal paese, verso nord, dove è noto col nome di Pie’ inconi (“Piede storto, da zoppo”); il geologo dovrà limitarsi solo a colpire col martello le ardesie nere di questa località, per dividerle in innumerevoli lamelle sottilissime, piene di impronte argentate delle diverse specie di polipi; alcuni diritti, altri un po’ ricurvi, ma che somigliano tutti, in generale, a piccole lame di sega.
Mi rimane poi da segnalare agli archeologi il bel nuraghe che sovrasta il villaggio di Goni e che si vede da lontano da molti punti circostanti; si distingue da tutti gli altri, presenti in così gran numero nell’Isola, per l’altezza della porta d’entrata: questa è, in tutti gli altri, o perlomeno in quasi tutti, così bassa che non ci si può passare se non stendendosi bocconi, mentre nel nuraghe di Goni è alta metri 1,40.


Da Escalaplano a Ballao ci vogliono meno di due ore di strada, lungo una discesa continua fino al letto del Flumendosa, al di là del quale si trova il villaggio: in questo luogo il fiume è guadabile. Nei dintorni di Ballao, sulla riva sinistra del Flumendosa, c’è una miniera di antimonio sfruttata e abbandonata a diverse riprese; non credo sia molto importante.

Sulla riva destra, un po’ verso sud, si trovano i villaggi di Armungia e di Villasalto; nel primo di questi due paesi c’è un notevolissimo nuraghe che si scorge da molto lontano, in quanto misura non meno di 12 metri di altezza. Vicino al paese si è trovato recentemente un bel filone di antimonio più ricco di quello di Ballao.

[Silius] Riprendendo il cammino più frequentato tra Ballao e Cagliari, a un’ora di distanza dal luogo di partenza, si passa sotto le rovine di un antico maniero, noto in paese col nome di castello di Sassai, o Salzai, raffigurato nella mia grande carta in due fogli. Le ricerche da me fatte consultando gli storici della Sardegna non mi hanno consentito di individuare un castello così chiamato. Il Fara parla di un villaggio di Sassai nella curatoria di Siurgus, che in verità era vicina a questo luogo, ma questo corografo non fa menzione di un castello di tal nome; per contro, indica l’esistenza nel Gerrei di un castello Orguloso, già abbandonato ai suoi tempi. Lo storico Manno colloca tra i castelli la cui data di distruzione è incerta lo stesso castello Orguloso della curatoria di Gerrei215 che, secondo il Fara, fu attaccato e distrutto nel 1353 da genti fedeli al giudice d’Arborea nel corso di un’incursione nel territorio di Quirra. Per questo penso che le rovine del castello di Sassai siano da identificare, in fondo, proprio con quelle del castello Orguloso o Arguloso del Fara, che nel 1355 fu dato in feudo ai Carroz.

[San Nicolò Gerrei] Dal castello di Sassai si arriva in un’ora a Pauli Gerrei, capoluogo di mandamento e dell’antica curatoria di Gerrei. Questo villaggio non offre niente di particolare; è da lì che una trentina di anni fa sono stati asportati due bei sarcofagi di marmo, donati dal vecchio feudatario del luogo al re Carlo Felice, che li fece sistemare nel suo castello di Agliè, con altre antichità provenienti dalla sua villa di Frascati. Uno di questi sarcofagi fu descritto e raffigurato nel 1831 dal mio collega abate Gazzera nel tomo XXXV delle Memorie dell’Accademia Reale delle Scienze di Torino; ne ho riprodotto un disegno nell’Atlante allegato alla seconda parte del Viaggio in Sardegna217, ma niente prova che questi monumenti si siano sempre trovati nel luogo; al contrario, si suppone che siano stati portati lì dall’antica Olbia.
Il villaggio è situato in una specie di depressione, fatto che lo rende umido e fangoso; è senza dubbio per questo che ha preso il nome di Pauli (da palus, “palude”), assegnato in Sardegna a località diverse che però si trovano in analoga situazione geografica; d’altra parte è molto difficile che al tempo dei Romani si trovasse in questo luogo un abitato, in più abbastanza fiorente da possedere oggetti d’arte così notevoli come i due sarcofagi di cui si è detto.
Pauli Gerrei è situato sul pendio di un monte che merita attenzione, detto “Monte Ixi”, o Montigi. Su un altro versante del monte si trova il paesetto di Silius che dista dal primo solo un quarto d’ora di strada e ne è separato da un contrafforte montuoso.


Longhi M. G. (a cura di, 1997), Alberto Della Marmora, Itinerario dell’Isola di Sardegna, Vol. I, Ilisso, Nuoro, pp. 208 – 213

Titolo originale: Itinéraire de l’Ile de Sardaigne, pour faire suite au Voyage en cette contrée, tome I-II, Turin, Fréres Bocca, 1860.