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Storie e Leggende sul territorio

Farisone e il marchese di Quirra

Un prezioso racconto pubblicato quasi un secolo fa del celebre linguista Gino Bottiglioni.

Una antichissima storia sui valori di altruismo e amicizia, narrata all’inizio del Novecento da un uomo sanvitese a Gino Bottiglioni, celebre studioso della lingua e delle tradizioni sarde.


Gino Bottiglioni (Carrara 1887 – Bologna 1963) insegnò per lungo tempo lingue antiche e glottologia in Sardegna; accanto alla passione per gli aspetti linguistici si occupò con cura e dedizione anche di folklore e tradizioni.

Nel 1922 pubblicò a Ginevra una serie di leggende sarde raccolte nel corso delle ricerche e gli studi svolti nell’isola durante i quali l’autore esaminò struttura e storia della lingua parlata nei diversi territori della nostra regione.

Le leggende, trascritte anche in grafia fonetica, riguardano argomenti diversi: religiosità, demoni e spiriti, credenze sugli animali, episodi di banditismo e rivalità paesane.


In San Vito c’era un uomo molto famoso per la ricchezza che teneva e gli dicevano Farisone. Questi era molto nominato ed era venuto alle orecchie del marchese di Quirra e allora l’ha voluto conoscere ed è andato a visitarlo il giorno di San Lussorio. Nella festa c’era molta gente e tutti sapevano che il marchese era venuto a visitare Farisone che doveva passare proprio di lì.

Tutto in una volta la gente si è voltata da una parte ed hanno detto: “Farisone! Farisone!”. Il marchese pure si è voltato da quella parte e aveva visto alcune vacche accompagnate da un uomo mal vestito e portava la bisaccia con la roncola e alcuni rami di legna sotto l’ascella.

Il marchese, quando ha visto quello, è restato dove era, ma dopo un po’ la gente si è tornata a voltare e hanno detto: “Farisone è tornando”. Il marchese si è voltato da quella parte ed ha visto un uomo e una donna che erano vestiti meglio di tutta l’altra gente. Allora il marchese è andato a incontrarli dicendo loro che era il marchese di Quirra e che era venuto per conoscerli.

Allora Farisone gli ha detto: “Voialtri però pregiate più il vestire della persona; quando sono passato ora innanzi, voialtri non mi avete conosciuto perché ero male vestito”.

Il marchese però si è scusato, dicendo che non aveva fatto attenzione, però dopo hanno fatto la pace e sono entrati in chiesa ad ascoltare la messa. Poi sono andati a casa di Farisone e c’era un gran pranzo e siccome Farisone sapeva che il marchese aveva bisogno di danaro, gli ha chiesto il cappello e glielo ha riempito di marenghi d’oro. La moglie di Farisone ha regalato alla marchesa alcuni kintari di lino [misura di peso corrispondente a cento libbre di quattrocento grammi ciascuna].

Intanto è venuto il tempo che Farisone doveva restituire la visita al marchese e un giorno è andato. Dopo pranzo il marchese ha portato Farisone nella finestra più alta del castello e gli ha mostrato con la mano tutti i monti vicini, dicendogli che da questo momento erano di lui. La marchesa ha fatto affacciare la moglie di Farisone in un’altra finestra e le ha mostrato il piano che si vedeva dicendole che glielo regalava per arare lino.

E da quel giorno, quelle terre appartengono a San Vito.


Bottiglioni G. (1922), Leggende e tradizioni di Sardegna, Leo S. Olschki, Ginevra, pp. 130 – 132.

Photo credit – Wikipedia